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NON “C’È SEMPRE STATO”

Odiati ma giustificati. Come i moralisti hanno costruito il “mito” delle baby gang

Già dal titolo, senza peli sulla lingua, si può capire il nostro pensiero e lo affermiamo senza dubitare ma anche senza stare a fare del moralismo inutile quanto velenoso. Nel mondo si sta affermando con passo sostenuto il fenomeno della violenza giovanile di gruppo. Nostro intento come Comunità giovanile, rivoluzionaria ma soprattutto come gruppo umano, è quello di dare il quadro della questione per poter combattere il problema, che è solo il sintomo di un male maggiore! Perché se la violenza scoppia e si afferma in una ben chiara parte della popolazione, devono essere necessariamente individuati i fattori alla base di questa crisi ed elaborate delle rivoluzionarie soluzioni e alternative di vita, superando ogni chiacchiera giustizialista da salotto e sterili quanto vuote analisi psicologiche tanto in voga. 

Le “baby gang” – così come tante altre devianze che inondano la società come mode usa e getta, dall’uso di alcol e droga nei giovani ai casi di depressione e suicidi minorili – nascono nel momento in cui vengono a mancare i tre pilastri fondamentali: visione spirituale dell’esistenza, famiglia, cultura. Questi sono pilastri interconnessi e insieme costruiscono l’uomo e la donna del domani, il ragazzo di oggi e l’anziano del futuro; un essere capace di saper dare un senso alla propria esistenza terrena e di saper agire dignitosamente e in modo risoluto davanti a ostacoli, crisi e problemi. 

Senza una visione spirituale – cioè religiosa – della vita, però, il senso di quest’ultima oscillerà sempre fra il soddisfacimento di un bisogno e l’altro, degradando l’uomo a un animale della peggior specie. Una condizione bramata per secoli dai difensori delle libertà individuali e dei diritti civili: senza più punti di riferimento e modelli di comportamento, la “religione” del libero arbitrio individuale ha prodotto un essere senza più spina dorsale, incapace di intendere e di volere; capace di compiere crudeltà verso se stessi (al proprio corpo) e verso gli altri senza alcun fine e/o scrupolo. 

Senza la famiglia poi, luogo dove si ricevono gli insegnamenti, l’educazione e dove si deve sottostare a un insieme di regole e contemporaneamente ricevere un amore incondizionato che sostiene il peso delle sfide, il giovane è privato della prima palestra di vita, d’amore e di vera solidarietà. Nessuna autorità, codice comportamentale e circostanza sarà allora riconosciuto da giovani abbandonati come cani randagi in luoghi e situazioni di comunità e condivisione come scuola, lavoro, compagnie di amici. Impunito e trascurato fin da bambino, non avrà rispetto per niente e nessuno. Perché anche in questo caso, non sono solo le coccole e la paghetta a fare una famiglia ma, ad ogni modo, troppo spesso i nostri coetanei ci descrivono le loro dinamiche familiari attraverso queste parole. Trovare rifugio in casa, ricevere soldi appena se ne vogliono, essere costantemente accontentati e tutelati, è diventato dannoso e lo è ancora di più quando i comportamenti dei ragazzi sono malsani ma la famiglia li sopporta. Come possiamo stupirci poi se viene a mancare anche il minimo comun denominatore della cultura, vera e unica fonte di stimoli, pensiero critico, consapevolezza della storia e del presente. Non siamo esaltatori dell’intellettualismo, non vogliamo una gioventù china sui libri e frustrata come Leopardi, ma nemmeno possiamo sopportare di vedere il costante declino della nostra nazione e del suo popolo, ormai quasi totalmente analfabeta funzionale. 

La totale assenza di questi fondamentali aspetti per una retta esistenza, allora, denota una potente verità: la violenza, le dipendenze, l’ignoranza, la volgarità giovanile, la violenza non “c’è sempre stata” come a qualche adulto piace dire per sciacquarsi un po’ la coscienza. E la violenza, oggi, non è solo quella del sangue e delle botte, bensì si manifesta sotto forma della distruzione del proprio corpo, del rifiuto e della distruzione della nostra cultura millenaria (cancel culture), dell’accanimento mediatico che falsifica, ingigantisce e inonda le vite di tutti noi, ridicolizzandole. 

Le baby gang, in questo quadro, sono solo un’altra faccia della decadenza moderna, della violenza della società: giovani vuoti di obiettivi, di senso della vita e della responsabilità, di valori e identità, crollano sotto il peso della loro stessa empietà, seguendo falsi modelli e ideologie alla moda per non rischiare ulteriori crolli di identità. 

Non esistono insomma colpevoli di questa turbolenza sociale. Ciò che è certo, è che non possiamo lasciarci istruire dai video su TikTok o da qualche inno alla morte di Spotify. Le famiglie in primis devono tornare ad essere il fulcro dei giovani, la spina dorsale su cui costruire il proprio carattere: fucina di educazione, disciplina verso di sé e verso gli altri, solidarietà e amore. 

Ma, come detto, a prescindere da tutto, non giustificheremo mai vili, infami e codardi; non giustificheremo chi massacra in gruppo una sola persona inerme, chi non sa nemmeno cosa ha fra le gambe e forza rapporti sessuali, chi umilia, chi si nasconde dietro un monitor, chi istiga al suicidio i più deboli e insicuri. Perché queste azioni sono svolte da ragazzi consapevoli delle proprie scelte, volutamente in cattiva fede, perché meschinamente incapaci di reggere il peso di stare dalla parte scomoda, quella della giustizia e della verità, non del branco e del numero. Essi non sono vittime delle loro famiglie, sono solo dei grandissimi codardi.

Non servono insomma psicologi o inchieste per risolvere il problema delle baby gang: se si vuole davvero rivoluzionare il destino della nostra nazione è necessario ridare alla gioventù qualcosa in cui credere, per cui battersi, da difendere e amare. C’è bisogno di ridare loro affetti stabili, relazioni chiare, radici e identità, codici comportamentali e spazi dove poter coltivare e misurare le qualità di ognuno. 

Tratto dal nostro Bollettino d’Azione. Anno 4 n°3